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Il museo Egizio

Il Museo Egizio di Torino è, per il valore dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo, nonché il più importante d'Italia e d'Europa. La sua sede è lo storico Palazzo dell'Accademia, eretto nel XVII secolo dall'architetto Guarino Guarini che ospita anche la Galleria Sabauda.

Il legame che unisce Torino all'Egitto è molto forte, lo testimonia anche una nota affermazione del celebre decifratore di geroglifici Jean-Francois Champollion che disse ai primi dell'Ottocento: “La strada per Menfi e Tebe passa da Torino”.

Fin da tempi antichi infatti leggende, esperienze di viaggiatori e tradizioni fecero sì che in Piemonte si diffondesse il mito dell'antica civiltà che per tre millenni crebbe e prosperò sulle rive del Nilo. Ne sono testimonianza reperti risalenti al periodo romano e ritrovati in Piemonte che si ispirano al dio Api. Dopo il periodo romano ci fu un lasso di tempo in cui culti e usanze dell'Egitto vennero dimenticati. Fu con l'avvento dei Savoia, durante il Rinascimento, che avvenne una sua riscoperta, grazie ad alcune opere letterarie che, raccontando la storia di Torino e della sua origine, ne fanno risalire la fondazione a Eridano-Fetonte, conquistatore o principe proveniente dall'Egitto. Anche l'etimologia del nome della città e del suo simbolo sembrano voler far riferimento proprio al dio-toro egizio Api.

L'interesse della casa Sabauda al mondo egizio non si limitò alla diffusione di storie e leggende legate fondazione della città, ma la dinastia iniziò la raccolta di reperti, prima fra tutti la Mensa Isiaca (una tavola bronzea in cui Iside è attorniata da altre divinità che i Savoia ottennero dai Gonzaga nel XVII secolo) che insieme ad altri, nel '700, formarono un primo nucleo di opere esposte nei locali dell'Università. Al fine di arricchire la propria collezione i Savoia inviarono in oriente il professor Vitaliano Donati che in un viaggio durato tre anni fra Egitto, Sinai, Palestina e Siria fece giungere a Torino tre magnifiche statue rinvenute e Karnak e a Coptos oltre ad oggettistica minore.

Agli inizi dell'800 il fascino esercitato dall'oriente sulla cultura occidentale crebbe tanto da divenire una moda: anche i palazzi e l'architettura di interni risentivano dell'influenza dell'antico Egitto e delle sue divinità e lentamente quest'influenza si estese anche alla letteratura ed all'arte, mescolando un sorta di “egittomania” ad un sincero interesse storico-scientifico per l'antica civiltà.

Qui si inserisce la figura di Bernardino Drovetti, diplomatico al servizio di Napoleone, vissuto per anni in Egitto dove ricoprì la carica di Console francese: figura poliedrica e molto discussa, animato forse più da un desiderio di ricchezza che da un sincero amore per l'archeologia, ma che mise assieme un'incredibile collezione di reperti. Dopo tre anni di contrattazioni e grazie alla perseveranza di personaggi quali Cesare Saluzzo, Prospero Balbo e Carlo Vidua, la collezione Drovetti venne venduta ai Savoia durante il regno di Carlo Felice.

I reperti furono accolti nel 1824 nelle sale dell'Accademia delle Scienze che avrebbero dovuto essere una sistemazione provvisoria ma che divennero sede definitiva del Museo. Dopo un accurato lavoro di catalogazione, anche ad opera di un giovane e valente egittologo francese Jean-Francois Champillon, l'8 novembre 1824 il museo venne aperto al pubblico.

Nel 1832 re Carlo Alberto decise di fondare il Museo Nazionale di Antichità ed Egizio riunendo in un solo luogo anche le collezioni dei Savoia ed i reperti recuperati da Vitaliano Donati; questo richiese l'ampliamento del palazzo con una nuova ala. Oramai il museo aveva preso il via e la sua collezione era destinata a crescere, sia grazie ad acquisizioni su compenso che grazie a donazioni di privati.

Grande impulso all'arricchimento del Museo venne dato da Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo per ben 34 anni a cavallo fra '800 e '900, che si impegnò alacremente per acquistare numerosi reperti e attivando campagne di scavo la fine di acquisire pezzi che completassero la documentazione storica dell'Antico Egitto senza salti cronologici.

Tra i rinvenimenti degli scavi della Missione Archeologica Italiana diretta da Schiaparelli vi sono la tomba di Nefertari, la tomba di Kha e Merit, la tomba e la cappella di Maia.

Con la separazione del Museo delle Antichità dal Museo Egizio nel 1939, quest'ultimo vide ampliarsi gli spazi a propria disposizione. Da allora la collezione si è ulteriormente ampliata grazie a donazioni, scambi e depositi: sono giunti nel museo di Torino reperti recuperati da Carlo Anti, uno dei direttori della Missione Archelogica Italiana in Egitto, ed un tempietto rupestre donato all'Italia dall'Egitto come ringraziamento per l'aiuto fornito dal nostro paese durante i lavori di salvaguardia voluti dall'UNESCO nei riguardi dei monumenti che rischiavano di essere sommersi dalla acque del lago Nasser a seguito della costruzione della diga di Assuan.

Ultimo acquisizione è il Papiro di Artemidoro, acquistato dalla Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Palo di Torino per 2.750.000 euro e concesso in comodato alla Fondazione Museo: recentemente si è aperto un dibattito sulla veridicità di questo documento in quanto per alcuni studiosi sarebbe un falso.

A tutt'oggi il Museo Egizio di Torino ospita circa trentamila pezzi che coprono il periodo dal paleolitico all'epoca copta.